Le parole del comune in salute – Parte I

Le riflessioni all’origine del processo di ricerca-azione portato avanti dalla Grup-pa1 sono frutto di percorsi di autoformazione critica (politica) sulla salute2, nei quali abbiamo iniziato a mettere in discussione i concetti di salute e malattia così come vengono insegnati nelle facoltà di scienze mediche3, nonché le tradizionali forme di relazione docente-discente e medico-paziente che vedono i secondi termini della relazione in un rapporto di subalternità rispetto ai primi4.

L’esperienza della Grup-pa e le pratiche che portiamo avanti si fondano sulla condivisione di un approccio politico alla salute5, considerando innanzitutto quelli che sono i suoi determinanti: la casa, il lavoro, l’istruzione, le reti sociali, l’ambiente… fino al più ampio contesto politico ed economico che condiziona l’accesso a queste risorse6. In questa visione – definita dei determinanti sociali di salute – salute e malattia non sono meri accidenti legati al caso o alla s/fortuna, ma processi che si distribuiscono nella popolazione in maniera diseguale come risultato di dinamiche strutturali di tipo politico, socio-economico e culturale. Le persone non sono tutte esposte allo stesso modo, ma i gruppi di popolazione più vulnerabili e marginalizzati (sulla base della classe sociale, del genere e dell’orientamento sessuale, della provenienza geografica, eccetera) sono più esposti al rischio di ammalarsi e di morire, e incontrano maggiori barriere nell’accesso ai servizi.

L’approccio descritto si è integrato con alcuni importanti portati dell’antropologia, in particolare la critica al riduzionismo della biomedicina e alle sue dicotomie (mente/corpo, individuo/società, sapere scientifico/credenza, ecc.). In contrapposizione a una visione dell’individuo-paziente come insieme passivo di organi e funzioni, l’antropologia critica guarda alla persona nella sua interezza e complessità, in relazione al vissuto e all’esperienza e a come questi cambiano a seconda del periodo storico e del contesto socio-culturale e politico. In questo senso il corpo, e dunque anche l’esperienza di salute-malattia, non è descrivibile e comprensibile solo in termini biologici, ma piuttosto come prodotto sociale e terreno dove rintracciare istanze, bisogni e sofferenze della collettività7.

A partire da questa visione, il percorso della Grup-pa è stato costruito come spazio aperto di confronto con altre realtà (movimenti, collettivi, gruppi, associazioni…) che si muovono nel campo della salute e dei suoi determinanti, per esplorare insieme quali pratiche vengono messe in atto nella direzione di una maggiore equità e giustizia sociale, come metterle in rete e rafforzarne l’impatto8. Da questo confronto prendono forma questi primi appunti, che ruotano intorno ad alcune parole chiave: comune, cura, tecnica, efficacia, sostenibilità, istituzione. Il tentativo, senza pretese di esaustività, è quello di rimetterle in circolazione per raccogliere nuovi spunti, critiche e contributi.

Vorremmo quindi provare ad avviare un ragionamento ampio insieme alla molteplicità di esperienze che già esistono e che sperimentano pratiche alternative sulla salute e i suoi determinanti in diverse forme e nei diversi territori. Esperienze come le consultorie transfemministe queer9,10, gli ambulatori popolari autogestiti, gruppi o realtà che praticano forme collettive di cura in contesti comunitari; ma anche esperienze di riappropriazione e gestione collettiva di terreni, di teatri e di spazi abitativi; e tutte quelle realtà le cui pratiche risuonano con una visione sociale e politica della salute.

Pratiche del comune in salute

Se da un lato, nell’attuale contesto politico ed economico, tutelare la salute significa prendere posizione per un servizio sanitario pubblico, di qualità, universalistico e solidale, d’altro canto il welfare che difendiamo è fondato su gerarchie e verticalità e su un approccio individualizzante e medicalizzante, settoriale e frammentato. Si tratta di un sistema che non rileva i bisogni di chi non può o ha difficoltà ad accedere e delle persone che – pur accedendo formalmente – non vedono riconosciute le proprie istanze e necessità. Inoltre, manca di strumenti per intercettare i bisogni complessi che le condizioni di crescente precarietà sociale, politica ed economica producono.

Una delle prime questioni affrontate è stata quindi la tensione tra realtà e movimenti a difesa del servizio sanitario nazionale e le sperimentazioni di altre forme di presa in carico dei bisogni di salute (come ambulatori autogestiti e consultorie transfemministe queer), che si strutturano nei vuoti lasciati da un sistema che esclude settori crescenti della popolazione. Infatti, come emerge anche nell’esperienza di chi li abita quotidianamente, le istituzioni e i servizi di welfare – storicamente campo di tensione tra costrizione/controllo e possibilità/emancipazione – sono sempre più soggetti a processi di commercializzazione che riducono al minimo i margini di azione al loro interno.

Come possiamo costruire realtà in grado di rispondere ai bisogni di salute uscendo da una forma di pensiero bioriduzionista e da logiche puramente assistenzialiste? Come si trasformano gli spazi della cura se concepiamo la salute e la malattia non più come accidenti che investono il singolo individuo ma come fenomeni collettivi? Come si traduce in pratiche un discorso sulla salute incentrato sulle condizioni strutturali che determinano il malessere e la malattia?

Il nostro immaginario si apre sulla sperimentazione di spazi in cui è possibile rompere con l’ottica bisogno-servizio e scardinare la relazione di subalternità tra chi eroga una prestazione e chi ne usufruisce. Spazi in cui partire dalla materialità delle nostre vite con l’obiettivo di costruire collettivamente nuove pratiche fondate su una diversa concezione di salute.

Dal punto di vista concettuale, la proposta è quella di mettere in connessione la visione politica e sociale sulla salute con le teorizzazioni e le esperienze che sono nate negli ultimi anni rispetto al tema del “comune”, intendendo con questo termine non il possesso collettivo di qualcosa (come co-proprietà)11, ma la co-attività e l’agire comune come principio politico di azione trasformativa. Parlare di “pratiche del comune in salute” significa costruire concettualmente un ambito di trasformazioni in atto, che possono avvenire tanto nei nuovi spazi istituiti dai movimenti quanto nei settori a difesa dei servizi esistenti, purché affrontino la produzione di salute come questione sociale.

Il tentativo di superare la pratica e la retorica di “sola” difesa del welfare e dei servizi di salute, pur stando in una posizione fortemente contraria a tutto ciò che punta al loro smantellamento tramite processi di privatizzazione, va dunque di pari passo con la necessità di produrre “altro”, altre pratiche e approcci alla salute dentro e fuori le istituzioni che conosciamo.

Come ripensare il concetto e gli spazi di cura

Un passaggio importante per provare a co-creare spazi alternativi di salute è provare a ripensare il concetto di cura, che comprende significati variabili e spesso in contrasto tra loro.

Mettere al centro la persona, non solo come portatrice di patologia ridotta ai suoi sintomi, ci consente di rimettere in discussione l’asimmetria tra chi “cura” e chi “è curat*” che inevitabilmente si crea all’interno delle istituzioni sanitarie, con tutte le conseguenze che questa relazione di potere porta con sé (infantilizzazione, oggettificazione del/la paziente, violenza istituzionale…).

Risulta quindi di particolare importanza lo sforzo messo in atto da alcune esperienze, in cui si tenta di superare il divario tra la figura esperta (del sapere tecnico) e quella che non lo è. Certo è che spesso il paradigma dominante continua ad agire anche sulle esperienze che vorrebbero emanciparsi da questo, poiché scardinare la gerarchia tra i saperi che provengono da una formazione tecnico-scientifica e “ufficiale”, e qualunque altro tipo di sapere basato su esperienze differenti, risulta particolarmente difficoltoso.

A superamento di questo paradigma da diverse esperienze viene proposto il modello di una collettività che si prende cura, facendo riferimento a collettività non neutre che si fondano sulla condivisione di orizzonti politici. In quest’ottica lo spazio della cura si configura come uno spazio intermedio, ovvero uno spazio capace di agire da una parte sul benessere de* singol* e dall’altra al di fuori di essi, costruendo un’azione che possa essere anche di trasformazione dell’esistente. In poche parole uno spazio di soggettivazione politica12.

Note:

1La Grup-pa è una rete nazionale di persone impegnate in un processo di ricerca-azione  sul ruolo dei movimenti sociali e dei gruppi della società civile nella promozione della  salute. La ricerca-azione, dal titolo “Civil Society Engagement for Health for All – CSE4HFA”, è promossa dal People’s Health Movement e ha luogo in sei paesi (Brasile, Colombia, India, Italia, Repubblica Democratica del Congo, Sudafrica). Obiettivo è generare conoscenza su come i movimenti sociali influenzano le politiche di salute (su scala locale e globale), e al tempo stesso contribuire a rafforzarne l’impatto per
il diritto alla salute per tutte e tutti. Per informazioni: https://gruppaphm.noblogs.org/

2Bodini C. Il personale (medico) è politico. Salute globale e processi trasformativi in Italia. Tesi di specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva. Alma Mater Studiorum, Università di Bologna, Anno Accademico 2012/2013

3Riccio M, Rinaldi A. Salute e Movimenti, 1978-2015: recuperare la memoria storica per guardare al futuro. Saluteinternazionale.info. Visitato il 06.06.2018

4AA.VV. Medici senza camice. Pazienti senza pigiama. Socioanalisi narrativa dell’istituzione medica. Sensibili alle Foglie, 2013.

5Bonanno G, Cennamo E, Torchiaro A, La partecipazione comunitaria per la  riappropriazione del diritto alla salute. Saluteinternazionale.info. Visitato il 06.06.2018

6Commission on Social Determinants of Health – final report. Closing the gap in a  generation: Health equity through action on the social determinants of health. Visitato il 06.06.2018

7Quaranta I, Ricca M. Malati fuori luogo, medicina interculturale. Milano: Ed. Raffaello Cortina, 2012.

8Grup-pa – Report di progetto. «The contribution of civil society organisations to achieving health for all – Italy». Visitato il 06.06.2018

9I movimenti transfemministi queer tentano di ampliare e trasformare i codici che regolano la costruzione e l’espressione del genere e dell’identità sessuale. Sono movimenti di resistenza che considerano il genere arbitrariamente assegnato alla nascita come un sistema di potere e oppressione che controlla e limita i corpi, per adattarli all’ordine sociale stabilito. La prospettiva transfemminista queer ha notevolmente contribuito ad arricchire la lotta per la salute attraverso una nozione di “benessere” che ha saputo tenere al centro l’autodeterminazione e le soggettività, così come una strategia di azione intersezionale.

10AA.VV. TUTTA SALUTE! Resistenze (trans)femministe e queer. DWF 2014; 3-4.

11Dardot P, Laval C. Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo. Derive e Approdi, 2015.

12A questo proposito è importante sottolineare il fatto che luoghi come questi non possano caratterizzarsi come neutrali, ma necessariamente debbano co-costruirsi come spazi safe in cui ciascun* possa mettere in discussione se stess* e i propri privilegi, affinché possano essere realmente luoghi di liberazione collettiva.

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